C’è un momento, dopo la vittoria olimpica di Francesca Lollobrigida che mi ha colpita quasi più dell’oro.
Lei sta esultando, è ancora immersa nell’adrenalina, e a un certo punto chiama la sorella:
“Giuli, mi porti Tommy?”
Vuole il suo bambino lì.
Vuole godersi la vittoria con lui.
E già questo, secondo me, dice tantissimo.
La scelta di tenere insieme i pezzi
Subito dopo arriva l’intervista.
Tommy è in braccio a lei, le infila le mani in bocca, la “smangiucchia”, come fanno i bambini di quell’età.
E qui succede qualcosa di interessante.
Io, lo ammetto, ho provato anche un po’ di nervosismo.
Perché quella cosa lì – il bambino che ti mette le mani in bocca mentre cerchi di parlare – è una di quelle situazioni che, nella vita quotidiana, possono farci perdere la pazienza.
E ho pensato:
Ecco, questa è una scena vera.
Poi ho letto alcuni commenti:
“Perché fare l’intervista col bambino?”
“È ingiusto.”
“Poteva evitarlo.”
Ma io non credo affatto che sia successo “nonostante” il bambino.
Io credo che lei abbia scelto.
Non è disorganizzazione. È una dichiarazione.
Quella scena non parla di mancanza di confini.
Non parla di confusione di ruoli.
Parla, secondo me, di un messaggio chiarissimo:
👉 Io non metto da parte una parte di me per mostrarne un’altra.
👉 Io tengo insieme i pezzi.
La campionessa olimpica.
La donna.
La madre di un bambino piccolo, con tutto quello che comporta: corpi che invadono, tempi che si interrompono, mani in bocca mentre cerchi di dire una frase di senso compiuto.
È scomodo?
Sì.
È ordinato?
No.
È reale?
Assolutamente sì.
L’ambivalenza che ci attraversa
Questa storia è potente anche perché non è neutra.
Smussa qualcosa dentro di noi.
C’è chi si emoziona.
C’è chi si infastidisce.
C’è chi sente ammirazione e chi sente un pizzico di colpa.
Colpa per non aver messo la maternità così al centro.
Colpa per averla messa troppo al centro, rinunciando ad altro.
Colpa, semplicemente, per non sentirsi mai “nel posto giusto”.
Ecco perché credo sia importante dirlo chiaramente:
questa non è una storia da imitare.
Non è un modello.
Non è un dovere.
È una possibilità narrata.
Non tutte vincono. Ma tutte esistono.
Francesca ha vinto.
E questa non è la storia di tutte.
Molte donne, dopo la maternità, non tornano dove erano.
Alcune non possono.
Alcune non vogliono.
Alcune scoprono che il desiderio è cambiato.
E va bene così.
Il valore di questa storia non sta nell’oro olimpico.
Sta nel fatto che legittima la complessità.
Che dice: si può desiderare un figlio e avere paura di perdersi.
Si può amare profondamente e fare fatica.
Si può scegliere e non sapere dove porterà.
Perché oggi, sì: sei anche il mio mito
Non perché hai vinto.
Ma perché hai mostrato una maternità imperfetta, incarnata, visibile.
Non addomesticata per risultare più digeribile.
E perché, in quel “Giuli, mi porti Tommy?”,
io ho visto tante di noi.
Con i nostri bambini.
Con i nostri desideri.
Con le nostre contraddizioni.
E con il diritto sacrosanto di non dover scegliere una sola identità.
